
L’illecito amministrativo dell’ente si prescrive in cinque anni dalla data di consumazione del reato: lo stabilisce l’art. 22 del D.Lgs. 231/2001. La prescrizione 231 obbedisce però a regole proprie, diverse da quelle del codice penale: la contestazione dell’illecito interrompe il termine e ne blocca il corso fino alla sentenza definitiva, sicché l’ente, a differenza dell’imputato, non può contare sul tempo del processo. Le date da controllare sono tre, e vanno controllate presto.
- Prescrizione 231: cinque anni dalla consumazione del reato
- Che cosa interrompe la prescrizione 231
- Dopo la contestazione la prescrizione 231 non corre più
- Due orologi diversi: la tabella di confronto
- Le tre date che la difesa controlla
- Il punto dell’Avv. Soardi
- Domande frequenti
Prescrizione 231: cinque anni dalla consumazione del reato
Il termine è unico: cinque anni, qualunque sia il reato presupposto. Non conta la gravità del fatto, non conta la cornice edittale, non conta che si tratti di corruzione, di un reato tributario o di un infortunio sul lavoro. Il legislatore del 2001 ha scelto un modello di stampo civilistico e lo ha applicato per intero, a partire dal punto di avvio: il termine decorre dalla data di consumazione del reato da cui l’illecito dipende.
Va riconosciuto che, fino a quando nessuno bussa alla porta, questo regime tratta l’ente meglio di quanto il codice penale tratti l’imputato: per molti reati presupposto la prescrizione penale supera abbondantemente i cinque anni, e un’impresa che non riceva contestazioni entro quel termine esce di scena prima della persona fisica. Il rovescio arriva dopo, e lo vediamo tra un momento.
La norma di riferimento è l’art. 22 del D.Lgs. 231/2001, consultabile su Normattiva nel testo vigente. L’inquadramento generale del sistema di responsabilità si trova nella pagina dedicata alla disciplina della responsabilità degli enti.
Che cosa interrompe la prescrizione 231
Gli atti interruttivi sono due soltanto. Il primo è la richiesta di applicazione di una misura cautelare interdittiva: il pubblico ministero che chiede al giudice di sospendere l’attività o di vietare la contrattazione con la pubblica amministrazione — ne abbiamo scritto a proposito di ciò che può accadere all’impresa prima della condanna — compie, con quella stessa richiesta, un atto che azzera il conteggio. Il secondo è la contestazione dell’illecito amministrativo a norma dell’art. 59, cioè l’atto con cui l’accusa formalizza l’addebito nei confronti dell’ente.
Dopo l’interruzione inizia un nuovo periodo di prescrizione. Fin qui, nulla di diverso dal meccanismo che ogni giurista conosce. La differenza sta nell’effetto della seconda ipotesi.
Dopo la contestazione la prescrizione 231 non corre più
Se l’interruzione avviene mediante la contestazione dell’illecito, la prescrizione non corre fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio. È la regola che cambia tutto, e che riproduce l’effetto permanente dell’interruzione tipico della materia civile: una volta esercitata l’azione, il tempo smette di lavorare per l’ente. Il processo può durare tre anni o dieci, attraversare due gradi di merito e la Cassazione, subire rinvii e sospensioni: l’illecito amministrativo non si estingue per il decorso del tempo. Chi ha maturato esperienza nei procedimenti a carico di persone fisiche, dove il calendario delle udienze è esso stesso un fattore difensivo, deve rovesciare la prospettiva quando siede al tavolo della difesa dell’ente: la durata del giudizio, per l’impresa, è solo un costo — di provvista per la sanzione, di incertezza sui rapporti bancari e contrattuali, di energie sottratte alla gestione — e mai una via d’uscita.
Due orologi diversi: la tabella di confronto
Nel medesimo processo convivono così due orologi. Quello del reato segue gli artt. 157 e seguenti del codice penale: termini proporzionati alla pena, cause di sospensione e interruzione tipizzate, arresto del corso con la sentenza di primo grado secondo la disciplina oggi vigente. Quello dell’illecito dell’ente segue l’art. 22. La tabella riassume le differenze.
| Reato (persona fisica) | Illecito amministrativo (ente) | |
|---|---|---|
| Termine base | Proporzionato alla pena edittale (artt. 157 ss. c.p.) | Cinque anni, uguale per ogni reato presupposto |
| Decorrenza | Dalla consumazione, con regole proprie per tentativo e permanenza | Dalla data di consumazione del reato |
| Atti interruttivi | Catalogo ampio di atti del procedimento | Due soli: richiesta di misura cautelare interdittiva e contestazione ex art. 59 |
| Effetto dell’interruzione | Nuovo termine, entro limiti massimi | Nuovo termine; ma dopo la contestazione il corso resta bloccato fino al giudicato |
| Estinzione in corso di giudizio | Possibile, nei limiti della disciplina vigente | Esclusa, se la contestazione è intervenuta nei cinque anni |
I due orologi si toccano in due punti. L’art. 60 vieta la contestazione quando il reato presupposto è già estinto per prescrizione: se l’orologio penale si è fermato prima che l’accusa formalizzasse l’addebito all’ente, l’azione contro l’impresa non può più partire. L’art. 8, all’opposto, stabilisce che l’ente risponde anche quando il reato si estingue per una causa diversa dall’amnistia: la prescrizione del reato maturata dopo la contestazione salva l’imputato e lascia l’ente esattamente dove si trovava. Sul versante tributario il calcolo dei termini del reato ha peculiarità sue, di cui ci siamo occupati parlando di come il computo dei termini può decidere il processo penale fiscale.
Le tre date che la difesa controlla
La prima è la data di consumazione del reato, che fissa il punto di partenza del quinquennio. La seconda è la data dell’eventuale richiesta cautelare. La terza è la data della contestazione ex art. 59, da confrontare con le prime due: se cade oltre i cinque anni non interrotti, o se a quella data il reato presupposto era già prescritto, la difesa ha in mano un’eccezione di prescrizione 231 capace di chiudere il procedimento nei confronti dell’ente prima di ogni discussione sul merito e sull’idoneità del modello organizzativo. Un controllo che costa poche ore di lavoro sul fascicolo.
C’è poi un profilo che qui si segnala senza scioglierlo: per i reati permanenti e abituali l’individuazione della data di consumazione — e dunque del dies a quo del termine — presta il fianco a letture non coincidenti, e la scelta dell’una o dell’altra può spostare l’esito dell’eccezione. Merita un approfondimento dedicato, su casistica concreta, che questa nota non ha la pretesa di esaurire.
Il tema si intreccia infine con l’esito fisiologico opposto: quando il quadro probatorio non regge, il procedimento contro l’ente si chiude con il decreto di archiviazione, che nel sistema 231 emette il pubblico ministero e non il giudice.
Il punto dell’Avv. Soardi
Nei procedimenti che coinvolgono insieme amministratori ed ente, la prescrizione è il terreno su cui gli interessi delle due difese divergono in modo più netto. Una strategia che punti al decorso del tempo può essere razionale per la persona fisica e non vale nulla per l’impresa, che dopo la contestazione non ha più un orologio a cui guardare: per l’ente contano semmai la verifica immediata delle tre date, l’eccezione ex art. 60 quando ricorre, e — se il quinquennio è ancora aperto — la valutazione se anticipare condotte riparatorie finché incidono sulla sanzione. A giudizio di chi scrive, l’errore più frequente sta nel trattare la posizione dell’ente come un’appendice di quella dell’imputato, con un’unica linea difensiva per due discipline che sul tempo ragionano in modo opposto. La verifica dei termini va fatta al primo accesso al fascicolo, non alla vigilia dell’udienza preliminare.
Domande frequenti sulla prescrizione 231
Quanto dura la prescrizione dell’illecito amministrativo dell’ente?
Cinque anni dalla data di consumazione del reato presupposto, qualunque sia il reato. Il termine è fissato dall’art. 22 del D.Lgs. 231/2001 e non varia con la gravità del fatto.
La prescrizione del reato estingue anche la responsabilità dell’ente?
Dipende dal momento. Se il reato si prescrive prima della contestazione, l’art. 60 vieta di procedere contro l’ente. Se si prescrive dopo, l’art. 8 mantiene ferma la responsabilità dell’impresa, perché la prescrizione è una causa estintiva diversa dall’amnistia.
Quali atti interrompono la prescrizione 231?
Due soltanto: la richiesta di applicazione di una misura cautelare interdittiva e la contestazione dell’illecito a norma dell’art. 59. Dopo l’interruzione decorre un nuovo periodo di cinque anni.
La durata del processo può portare all’estinzione dell’illecito?
No. Dalla contestazione dell’illecito la prescrizione non corre fino al passaggio in giudicato della sentenza. Per l’ente il tempo del giudizio non produce alcun effetto estintivo.
Da quando si calcola il termine di cinque anni?
Dalla data di consumazione del reato da cui dipende l’illecito. Per i reati permanenti e abituali l’individuazione di questa data richiede un esame specifico del capo di imputazione.
Se la sua impresa è coinvolta in un procedimento ai sensi del D.Lgs. 231/2001 e desidera una verifica dei termini e delle possibili linee difensive, lo Studio è a disposizione per un esame riservato della posizione.
Soardi Studio Legale assiste imprese e amministratori nei procedimenti per responsabilità amministrativa degli enti dalle sedi di Bergamo e Brescia, con operatività su Milano, Monza e Brianza, Bologna e l’intero territorio nazionale.
Avv. Stefano Soardi — diritto penale d’impresa e compliance. Data di stesura: 7 settembre 2026.
